Recensione: “Amari spicchi d’arancia”

Un romanzo di Federica Piera Amadori

di Daniela Mencarelli Hofmann

Dopo aver letto “Amari Spicchi D’Arancia” tutto d’un fiato, l’ho appoggiato sul tavolo, perplessa, e ho dovuto ricominciare da capo. Avevo troppe domande: è un romanzo distopico atipico o no? È una storia vera o inventata?

Di sicuro il racconto non è una distopia, o almeno non lo è nell’accezione usuale del termine. Non è, tanto per cominciare, un’utopia negativa, la storia inizia negli anni 20 e arriva nell’epilogo ai giorni nostri – non è quindi ambientata in un futuro più o meno lontano. E non è neppure un romanzo ucronico, cioè una storia fantastica in cui si cambia il corso di eventi passati per descrivere sviluppi alternativi a quelli realmente accaduti. Per esempio Hitler che vince la seconda guerra mondiale. Ma c’è un ma. “Amari Spicchi D’Arancia” descrive una vicenda al limite dell’incredibile che mi ha ricordato “L’Ancella” di Margareth Atwood. Perché è la storia di una violenza psicologica e fisica inaudita. Una storia atroce, un incubo. Irene, la protagonista, ci racconta attraverso il suo diario di essere una cavia, scelta da un gruppo deviato dei servizi segreti per testare la sua capacità di resistenza. Le fanno di tutto e tutto le tolgono: la libertà, l’amore, gli affetti, il corpo. Il controllo della sua vita è nelle loro mani, non nelle sue. Irene deve sempre fuggire, nascondersi, vivere nell’ansia, ricominciare, subire, perdere. Perdere. Eppure resiste, resiste e reagisce con tutte le sue forze. Vive, si innamora, ha un figlio, ha amici che la sostengono nella sua lotta di liberazione. Ecco, la storia di Irene è questo: è la storia di una lotta per liberarsi dal male. Irene lotta con le unghie e con i denti per riprendersi la vita che le appartiene e che quelle bestie, come chiama i suoi aguzzini, le hanno rubato. Perciò il libro si legge tutto d’un fiato: la lettrice o il lettore vuole scoprire subito se lei ce la fa. Lo desidera con tutto il cuore.

La scelta linguistica del diario dà forza alla narrazione: è proprio quando raccontiamo una storia riportando i fatti semplicemente, senza troppi fronzoli, che questi appaiono in tutta la loro drammaticità. Nel romanzo di Federica Piera Amadori quasi non ci sono dialoghi, una scelta azzeccatissima.

“Amari Spicchi D’Arancia” è soprattutto un romanzo sulla resilienza. Sulla resistenza umana, sulla capacità di rialzarsi dopo essere caduti. E sull’amore per la vita nonostante tutto. Un romanzo che oltre l’orrore del presente ci trasmette la speranza di poter cambiare la nostra vita. Non so se sia o meno una storia vera. Ma non importa.

Editore: Le Mezzelane Casa Editrice

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Federica Piera Amadori nasce nel 1974 a Genova. Terminati gli studi superiori si iscrive al corso di Lettere e Filosofia presso l’ Università di Genova, facoltà che successivamente abbandonerà per conseguire la qualifica professionale di decoratore e restauratore di affreschi e stucchi presso una scuola edile in Piemonte. Qualifica che le permetterà di lavorare in questo campo per il decennio successivo. Diventata madre ha la necessità di abbandonare un lavoro che la porta spesso fuori regione e attualmente è store manager per un’azienda di abbigliamento, ma la sua vena creativa e la passione per l’arte hanno trovato nuova linfa nella scrittura. Amari spicchi d’arancia è il suo primo romanzo.

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